Tre nomi coprono quasi tutto quello che vi verrà versato nel bicchiere da queste parti: Montepulciano, Trebbiano e Cerasuolo. Sono tre denominazioni regionali, tutelate dal Consorzio Vini d'Abruzzo insieme alla Abruzzo DOC e alla Villamagna DOC. Capire come stanno fra loro serve a ordinare meglio, anche nelle trattorie dove la carta dei vini è una lavagna appesa al muro.
Montepulciano d'Abruzzo: il rosso e l'equivoco
Prima cosa, l'equivoco da togliere di mezzo: il Montepulciano d'Abruzzo prende il nome dal vitigno montepulciano e non ha niente a che vedere con il Vino Nobile di Montepulciano, che è toscano e nasce da tutt'altra uva. Il montepulciano è il rosso identitario della regione ed è anche il più diffuso: colore carico, frutto scuro, tannino presente ma quasi sempre morbido.
Sopra la DOC c'è una denominazione più stretta, il Montepulciano d'Abruzzo Colline Teramane: nata come sottozona DOC nel 1995, è diventata DOCG autonoma nel 2003. Riguarda un'area di colline costiere e interne della provincia di Teramo, chiede almeno il 90% di montepulciano e al massimo il 10% di sangiovese e impone un invecchiamento minimo di un anno, di cui almeno due mesi in bottiglia. In pratica è la versione pensata per reggere il tempo.
Cerasuolo d'Abruzzo: non un rosato qualsiasi
Il Cerasuolo si fa con le stesse uve del Montepulciano, ma con un contatto molto breve sulle bucce: il colore resta quello della ciliegia, la cerasa da cui prende il nome, e il vino mantiene struttura pur essendo un rosato. Fino a non molto tempo fa si chiamava Montepulciano d'Abruzzo Cerasuolo; è diventato una DOC autonoma nell'ottobre del 2010.
Il disciplinare chiede almeno l'85% di montepulciano, con il resto da sangiovese o da altre uve locali, e pone limiti di altitudine ai vigneti: non oltre i 500 metri sul livello del mare, che diventano 600 per i versanti esposti a sud. È il vino giusto per l'estate qui: sta in piedi accanto al brodetto e alla frittura meglio di un bianco leggero e si beve fresco.
Trebbiano d'Abruzzo e gli altri bianchi
Il Trebbiano d'Abruzzo è la denominazione bianca storica della regione, coltivata su una superficie molto ampia, intorno ai 14.000 ettari. Qui c'è una seconda confusione da chiarire: sotto il nome trebbiano d'Abruzzo sta un'uva che altrove si chiama bombino bianco, diversa dal trebbiano toscano. Il disciplinare ammette entrambe, che insieme devono fare almeno l'85% del vino, lasciando fino al 15% a malvasia toscana, cococciola e passerina.
Accanto ai tre nomi principali si sono fatti largo i bianchi da vitigni locali: pecorino, passerina, cococciola. Il pecorino, che con il formaggio non c'entra nulla ed è un'uva, dà vini più nervosi e saporiti; la cococciola è più agrumata e scattante. Se vi hanno già servito tre Trebbiano di fila e volete cambiare registro senza uscire dalla regione, chiedete uno di questi.
Cosa aprire con cosa
Regole spicce, senza dogmi. Con il pesce di scoglio e le fritture, Trebbiano o Cerasuolo. Con il brodetto, Cerasuolo. Con gli arrosticini, la ventricina e i formaggi della montagna, Montepulciano. Se siete a cena su un trabocco e non sapete decidere, un Cerasuolo servito fresco è la scelta che sbaglia meno, perché tiene insieme crudo, fritto e sughi di pomodoro senza scomparire.
Per capire con cosa accompagnarli sul serio, date un'occhiata a cosa mangiare sulla Costa dei Trabocchi: quasi tutti i piatti di cui parliamo lì hanno un vino di riferimento fra questi tre. E se volete vedere da dove arrivano i formaggi di montagna, c'è dalla costa alla Maiella.
Una terrazza per aprire la bottiglia
Dopo il giro fra trattorie e trabocchi, l'appartamento ha terrazza con vista e cucina completa. Il bicchiere migliore resta quello bevuto al tramonto.